Orientamenti tecnici sulla classificazione dei rifiuti

Nei precedenti articoli abbiamo più volte scritto di  quanto sia importante classificare correttamente i propri rifiuti. Lo avete fatto? Avete seguito i nostri consigli? Alcuni lo hanno fatto affidandosi ai nostri servizi di consulenza divenendo così nostri clienti, altri lo hanno fatto in autonomia ma ciò che importa davvero è essere certi di aver adempiuto ai propri obblighi.

Cosa comporta classificare correttamente i propri rifiuti?

La classificazione è un obbligo normativo che pende sulla testa del produttore di rifiuti.

Quest’ultimo, come già riportato nel D.Lgs. 152/2006 all’art. 183 comma 1 lett f) è Il soggetto la cui attività produce rifiuti e il soggetto al quale sia giuridicamente riferibile detta produzione (produttore iniziale) o chiunque effettui operazioni di pretrattamento, di miscelazione o altre operazioni che hanno modificato la natura o la composizione di detti rifiuti (nuovo produttore).

Da questa definizione ne discende facilmente che ogni singola impresa si trova nella condizione di poter essere considerata produttore del rifiuto in quanto non vi sono attività che non producono rifiuti.

Nel momento in cui un rifiuto viene prodotto questo deve essere classificato (e caratterizzato) al fine di poter attribuire correttamente il codice CER ed individuare, se pericoloso, le relative caratteristiche di pericolo.

Ancora una volta ricordiamo che far attribuire al trasportatore o all’intermediario il codice CER non è una prassi corretta e che in ogni caso eventuali responsabilità derivanti da un’errata classificazione del rifiuto e conseguente scorretta gestione dello stesso, ricadono unicamente sul produttore.

Siete ancora così sicuri di volervi affidare al trasportatore di fiducia?

Ciò premesso, la classificazione del rifiuto ha delle implicazioni molto importanti, quali ad esempio:

  • Individuazione del trasportatore autorizzato a gestirlo
  • Individuazione dell’impianto autorizzato a gestirlo
  • Costi di smaltimento
  • Tenuta dei registri di carico e scarico
  • Iscrizione al SISTRI
  • Etichettatura ed imballaggi a norma

Sono cose di poco conto? No. Queste voci incidono notevolmente sul costo di gestione di un rifiuto.

La corretta gestione dei vostri rifiuti può comportare anche una riduzione dei costi.

Obiettivo di questo articolo è quello di sottolineare l’importanza della corretta classificazione dei rifiuti anche alla luce della Comunicazione CE 2018/C – 124/01 “Orientamenti tecnici sulla classificazione dei rifiuti”

La comunicazione ha come obiettivo quello di fornire orientamenti tecnici su alcuni aspetti della direttiva 2008/98/CE relativa ai rifiuti (direttiva quadro sui rifiuti) e della decisione 2000/532/CE della Commissione relativa all’elenco dei rifiuti (elenco dei rifiuti) come modificate nel 2014 e nel 2017.

In particolare la Comunicazione fornisce chiarimenti ed orientamenti alle autorità nazionali e locali ed alle imprese riguardo la corretta interpretazione della normativa europea in materia di classificazione dei rifiuti e l’individuazione delle corrette caratteristiche di pericolo, valutando se i rifiuti presentano qualche caratteristica di pericolo e, in ultima analisi, classificando quindi i rifiuti come pericolosi o non pericolosi.

Come già accennato in precedenza, la classificazione dei rifiuti come pericolosi o non pericolosi ha delle ricadute importanti sotto un punto di vista tecnico-burocratico-economico dal momento in cui vengono prodotti al momento in cui vengono conferiti all’impianto di trattamento finale.

Quando un rifiuto viene classificato come pericoloso scattano automaticamente una serie di obblighi ai quali il produttore deve adempiere. Primo fra tutti, ad esempio, quelli in materia di etichettatura ed imballaggio ma non solo, basti pensare al SISTRI, ADR, registri di carico e scarico, deposito temporaneo, apprestamenti per la sicurezza ecc…

Come si può osservare le implicazioni non sono poche e classificare un rifiuto come pericoloso quando invece non lo è nel tentativo di voler “risparmiare” nell’eseguire tutti i passaggi che prevede la norma per la corretta classificazione e caratterizzazione del rifiuto, può comportare invece l’effetto opposto esponendo addirittura il produttore del rifiuto, e quindi l’impresa, al rischio di sanzioni per mancato adempimento delle norme relative alla gestione dei rifiuti pericolosi.

Ancora così convinti che classificare un rifiuto come pericoloso per evitare analisi di processo e di laboratorio sia così conveniente?

L’aggiornamento normativo che consegue alla Comunicazione oggetto del presente articolo, che prende in considerazione anche i cambiamenti tecnici avvenuti nel corso degli anni nel contesto delle normative europee sulle sostanze chimiche, pone però delle sfide, interessanti da un lato ed critiche dall’altro, alle autorità ed all’industria italiana.

Questo documento per l’appunto vuole essere un primo strumento per aiutare i gestioni dei rifiuti e le autorità competenti ad avere un approccio comune alla caratterizzazione ed alla classificazione dei rifiuti.

Entrando nel vivo del documento, la Comunicazione è composta da 3 capitoli e 4 allegati.

– il capitolo 1 fornisce un contesto generale per la classificazione dei rifiuti, nonché istruzioni su come leggere gli orientamenti;

– il capitolo 2 presenta brevemente le parti pertinenti della normativa UE in materia di rifiuti, sottolineandone la rilevanza per la definizione e la classificazione dei rifiuti (pericolosi);

– il capitolo 3 presenta le fasi generali della classificazione dei rifiuti evidenziando i concetti fondamentali, ma senza entrare troppo nel dettaglio.

– l’allegato 1 fornisce informazioni sull’elenco dei rifiuti e sulla selezione delle voci appropriate dell’elenco dei rifiuti;

– l’allegato 2 presenta le diverse fonti di informazione sulle sostanze pericolose e la loro classificazione;

– l’allegato 3 descrive i principi per la valutazione delle singole caratteristiche di pericolo da HP 1 a HP 15;

– l’allegato 4 riprende i concetti fondamentali e fa riferimento alle norme e ai metodi disponibili per quanto concerne il campionamento dei rifiuti e le analisi chimiche dei rifiuti.

Tralasciando al momento i primi due capitoli che lasciamo al lettore il compito di approfondirli in autonomia, ci dedichiamo al capitolo 3.

 

 

 

 

Il capitolo 3 fornisce le modalità di approccio alla classificazione dei rifiuti.

La valutazione e la classificazione dei rifiuti sono applicate a ciascun flusso di rifiuti distinto generato da un singolo produttore, a seguito dell’ottenimento di un campione rappresentativo. Laddove sia presente più di un tipo di rifiuti, ciascuno di essi va valutato separatamente. Ciò assicura che singoli elementi o lotti di rifiuti pericolosi:

  • Non vengano classificati erroneamente come non pericolosi tramite miscelazione (o diluizione) degli stessi con altri rifiuti;
  • Siano identificati in maniera tempestiva per evitare che siano miscelati con altri rifiuti, ad esempio in un bidone, in un sacco, in un cumulo o in un cassone;

Soltanto i rifiuti urbani non differenziati generati da nuclei domestici sono esentati da tali prescrizioni.

Quali sono le fasi da affrontare per la classificazione dei rifiuti?

Fase 1

Innanzitutto si deve stabilire se la sostanza o l’oggetto in questione siano rifiuti così come definitivi nella direttiva quadro sui rifiuti-

Determinare se l’oggetto o la sostanza in questione siano considerati rifiuti ai sensi della direttiva quadro sui rifiuti è una condizione preliminare per l’ulteriore valutazione della loro pericolosità. Ai fini di tale specifica valutazione, gli orientamenti sulla direttiva quadro sui rifiuti forniscono indicazioni sulla definizione fondamentale del concetto di “scartare/disfarsi” nel contesto di detta direttiva, nonché su nozioni correlate sempre nel quadro della stessa direttiva quali ad esempio “sottoprodotto” e “cessazione della qualifica di rifiuto”;

Effettuata questa prima valutazione, si dovrà verificare se alcuni flussi di rifiuti specificati siano esclusi dall’ambito di applicazione della direttiva quadro sui rifiuti.

A titolo esplicativo riportiamo lo schema di esclusione dall’ambito di applicazione della direttiva:

Direttiva 2008/98/CE

Articolo 2– Esclusioni dall’ambito di applicazione

  1. Sono esclusi dall’ambito di applicazione della presente direttiva:
  2. effluenti gassosi emessi in atmosfera;
  3. terreno (in situ), inclusi il suolo contaminato non escavato e gli edifici collegati permanentemente al terreno;
  4. suolo non contaminato e altro materiale allo stato naturale escavato nel corso di attività di costruzione, ove sia certo che il materiale sarà utilizzato a fini di costruzione allo stato naturale nello stesso sito in cui è stato escavato;
  5. rifiuti radioattivi;
  6. materiali esplosivi in disuso;
  7. materie fecali, se non contemplate dal paragrafo 2, lettera b), paglia e altro materiale agricolo o forestale naturale non pericoloso utilizzati nell’attività agricola, nella selvicoltura o per la produzione di energia da tale biomassa mediante processi o metodi che non danneggiano l’ambiente né mettono in pericolo la salute umana.
  8. Sono esclusi dall’ambito di applicazione della presente direttiva nella misura in cui sono contemplati da altra normativa comunitaria:
  9. acque di scarico;
  10. sottoprodotti di origine animale, compresi i prodotti trasformati contemplati dal regolamento (CE) n. 1774/2002, eccetto quelli destinati all’incenerimento, allo smaltimento in discarica o all’utilizzo in un impianto di produzione di biogas o di compostaggio;
  11. carcasse di animali morti per cause diverse dalla macellazione, compresi gli animali abbattuti per eradicare epizoozie, e smaltite in conformità del regolamento (CE) n. 1774/2002;
  12. rifiuti risultanti dalla prospezione, dall’estrazione, dal trattamento e dall’ammasso di risorse minerali o dallo sfruttamento delle cave contemplati dalla direttiva 2006/21/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 marzo 2006, relativa alla gestione dei rifiuti delle industrie estrattive.
  13. Fatti salvi gli obblighi risultanti da altre normative comunitarie pertinenti, sono esclusi dall’ambito di applicazione della presente direttiva i sedimenti spostati all’interno di acque superficiali ai fini della gestione delle acque e dei corsi d’acqua o della prevenzione di inondazioni o della riduzione degli effetti di inondazioni o siccità o ripristino dei suoli, se è provato che i sedimenti non sono pericolosi.
  14. Disposizioni specifiche particolari o complementari a quelle della presente direttiva per disciplinare la gestione di determinate categorie di rifiuti possono essere fissate da direttive particolari.

Queste valutazioni conducono all’esaurimento della fase 1 riportata nello schema di seguito.

 

 

 

 

Fase 2

La fase 2 è relativa alla attribuzione della voce del Catalogo Europeo dei rifiuti.

Dalla classificazione, seguendo le istruzioni riportate nell’allegato D alla parte IV del D.Lgs. 152/2006, il produttore dovrebbe essere in grado di individuare il codice CER di pertinenza del rifiuto prodotto.

Da ciò ne discende che il produttore dovrebbe essere in grado di stabile se la voce da applicare è “di pericolo assoluto” o “di non pericolo assoluto” o “voce specchio”.

E’ sufficiente? No.

Il produttore che individua una voce di pericolo assoluto dovrebbe essere in grado di attribuire anche le caratteristiche di pericolo al proprio rifiuto. Tale operazione ricordiamo che non è arbitraria e che non si può svolgere estraendo a caso una o più HP da assegnare al rifiuto ma occorre seguire una metodologia ben precisa.

Allo stesso modo, se il rifiuto è classificato come “voce specchio” è necessario effettuare una ulteriore valutazione per comprende se il rifiuto sia pericoloso o meno.

L’analisi approfondita della voce a specchio ci conduce alle fasi 3, 4 e 5 riportate nello schema.

 

 

 

 

 

 

 

Fase 3

L’ottenimento di informazioni sufficienti sulla presenza e sul tenore di sostanze pericolose nei rifiuti costituisce una fase importante della classificazione dei rifiuti al fine di poter stabilire se gli stessi possono presentare caratteristiche di pericolo da HP1 a HP15. A tale fine sono necessarie talune informazioni sulla composizione dei rifiuti, indipendentemente dal metodo scelto per assegnare le caratteristiche di pericolo (calcolo o prove) come descritto nella fase 4.

Esistono modi diversi per raccogliere informazioni sulla composizione pertinente dei rifiuti, sulle sostanze pericolose presenti e sulle potenziali caratteristiche di pericolo presentate dagli stessi:

—  informazioni sulla chimica/sul processo di fabbricazione che «generano rifiuti» e sulle relative sostanze in ingresso e intermedie, inclusi i pareri di esperti (fonti utili possono essere relazioni BREF, manuali dei processi industriali, descrizioni dei processi ed elenchi di materiali di ingresso forniti dal produttore, ecc.);

—  informazioni fornite dal produttore originario della sostanza o dell’oggetto prima che questi diventassero rifiuti, ad esempio schede di dati di sicurezza, etichetta del prodotto o schede di prodotto;

—  banche dati sulle analisi dei rifiuti disponibili a livello di Stati membri;

—  campionamento e analisi chimica dei rifiuti .

Una volta raccolte le informazioni sulla composizione dei rifiuti, è possibile valutare se le sostanze identificate sono  classificate come pericolose, ossia se alle stesse è assegnato un codice di indicazione di pericolo. Al fine di determinare se le sostanze contenute sono classificate come pericolose e per saperne di più sulle classi e sulle categorie di pericolo specifiche attribuite alle sostanze a norma del regolamento CLP, fare riferimento agli orientamenti  forniti nell’allegato 2 della Comunicazione.

Fase 4

Una volta completata la fase 3, si dovrebbe disporre di informazioni sufficienti sulla composizione pertinente dei rifiuti in esame. Ciò significa che si dispone di conoscenze sufficienti in merito alle sostanze pericolose contenute nei rifiuti e alla loro classificazione (ad esempio se alle stesse sono attribuiti codici di indicazione di pericolo pertinenti a norma del regolamento CLP) tali per cui sia possibile applicare almeno uno dei seguenti metodi atti a determinare se i rifiuti presentano caratteristiche di pericolo:

—  calcolo per stabilire se le sostanze presenti nei rifiuti in esame presentano valori uguali o superiori ai limiti di soglia  basati sui codici di indicazione di pericolo (che dipendono individualmente dalle proprietà da HP4 a HP14;

—  prove atte a stabilire se i rifiuti presentano caratteristiche di pericolo o no.

L’allegato 3 fornisce una descrizione dettagliata e orientamenti sulle modalità di valutazione delle singole caratteristiche  di pericolo da HP1 a HP15, tramite calcolo o prove.

Caratteristiche di pericolo

HP1 Esplosivo

HP2 Comburenti

HP3 Infiammabile

HP4 Irritante – Irritazione cutanea e lesioni oculari

HP5 Tossicità specifica per organi bersaglio (STOT, Specific Target Organ Toxicity)/Tossicità in caso di aspi­

razione

HP6 Tossicità acuta

HP7 Cancerogeno

HP8 Corrosivo

HP9 Infettivo

HP10 Tossico per la riproduzione

HP11 Mutageno

HP12 Liberazione di gas a tossicità acuta

HP13 Sensibilizzante

HP14 Sostanze ecotossiche

HP15 Rifiuto che non possiede direttamente una delle caratteristiche di pericolo summenzionate ma può manifestarla successivamente

Fase 5

Si giunge infine alla fase 5, ultima fase della classificazione dei rifiuti come pericolosi o non pericolosi che consiste nel determinate se i rifiuti contengano uno qualsiasi dei POP indicati nell’allegato dell’elenco dei rifiuti.

Come si può osservare dall’estratto della Comunicazione di cui abbiamo riportato i passaggi salienti, la classificazione dei rifiuti è un’operazione molto più complessa della semplice assegnazione  di un codice CER ad un rifiuto fatta sfogliando il catalogo europeo dei rifiuti ma richiede uno studio meticoloso ed attento che spesso vede coinvolte più discipline.

Se siete arrivati in fondo a questo articolo vuol dire che avete preso coscienza dell’importanza della corretta gestione dei vostri rifiuti e che avete compreso come la loro gestione partecipi attivamente al bilancio aziendale. E’ pertanto importante restare sempre aggiornati sull’evoluzione normativa al fine di essere certi di aver classificato e caratterizzato correttamente i vostri rifiuti.

Non è più possibile applicare la regola del “abbiam sempre fatto così” poiché le imprese si evolvono, i processi tecnologici variano, la normativa si evolve ed occorre adeguarsi sia per poter verificare se è possibile ottenere un risparmio dalla gestione dei propri rifiuti sia per essere certi di aver adempiuto a ciò che impone la normativa sia nel rispetto dell’ambiente e della sicurezza dell’Uomo.

Al seguente link potete scaricare il testo della Comunicazione CE 2018/C-124/01

Ambiente & Rifiuti – Consulenza Tecnica per la corretta gestione dei vostri rifiuti

Ing. Vito la Forgia – v.laforgia@ambiente-rifiuti.com

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Deposito temporaneo rifiuti…questo perfetto sconosciuto

Nell’ambito delle mie attività professionali quando mi interfaccio con dei nuovi clienti, durante lo screening iniziale,  una delle mie prime richieste è quella di poter visionare il deposito temporaneo.

Le risposte che ottengo sono le più disparate, ed anche le espressioni del viso di fronte a questa domanda sono molto varie.

Ciò che ne ho concluso negli anni è che spesso i produttori di rifiuti speciali credono di adempiere ai propri obblighi semplicemente stipulando (quando accade) un contratto con un trasportatore “tutto fare” per “smaltire” i propri rifiuti.

Ad aprile ricevono una comunicazione dal loro trasportatore che dichiara di aver inviato per loro conto il MUD e nessuno si pone alcun problema su tutti gli altri adempimenti che gravitano intorno alla gestione dei rifiuti.

Chiaramente questa prassi è errata.

Tra gli aspetti più critici che si riscontrano nelle imprese, il più comune è proprio quello della cattiva gestione del deposito temporaneo, secondo solo alla tenuta del registro di carico e scarico.

Per i lettori che vorranno sforzarsi di arrivare in fondo a questo articolo e scoprire se nelle loro aziende il deposito temporaneo è correttamente progettato e gestito inizieremo con l’analisi della definizione normativa di questo luogo “oscuro” nel quale i rifiuti prodotti dovrebbero essere raggruppati e non accatastati.

L’articolo 183 comma 1 lett bb) del D.Lgs. 152/2006 recita che il deposito temporaneo è il luogo nel quale si effettua il raggruppamento dei rifiuti effettuato prima della raccolta, nel luogo in cui gli stessi sono prodotti, da intendersi quale l’intera area in cui si svolge l’attività che ha determinato la produzione dei rifiuti, alle seguenti condizioni:

  • I rifiuti contenenti gli inquinanti organici persistenti di cui al regolamento (CE) 850/2004, e successive modificazioni, devono essere depositati nel rispetto delle norme tecniche che regolano lo stoccaggio e l’imballaggio dei rifiuti contenenti sostanze pericolose e gestiti conformemente al suddetto regolamento;
  • I rifiuti devono essere raccolti ed avviati alle operazioni di recupero o di smaltimento secondo una della seguenti modalità alternative a scelta del produttore dei rifiuti: con cadenza almeno trimestrale, indipendentemente dalle quantità in deposito; quando il quantitativo di rifiuti in deposito raggiunga complessivamente i 30 metri cubi di cui al massimo 10 metri cubi di rifiuti pericolosi. In ogni caso, allorché il quantitativo di rifiuti non superi il predetto limite all’anno, il deposito temporaneo non può avere durata superiore ad un anno;
  • Il deposito temporaneo deve essere effettuato per categorie omogenee di rifiuti e nel rispetto delle relative norme tecniche, nonché, per i rifiuti pericolosi , nel rispetto delle nome che disciplinano il deposito delle sostanze pericolose in essi contenute;
  • Devono essere rispettate le norme che disciplinano l’imballaggio e l’etichettatura delle sostanze pericolose;
  • Per alcune categorie di rifiuto, individuate con decreto del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministero per lo sviluppo economico, sono fissate le modalità di gestione del deposito temporaneo.

Come si può osservare, le disposizioni in merito alla gestione del deposito temporaneo sono articolate e molto vincolanti lasciando poco spazio all’interpretazione. Spesso, purtroppo, nelle imprese il deposito temporaneo è molto più simile ad una discarica incontrollata o ad un magazzino appartenente ad un accumulatore seriale.

 

 

 

 

D’altro canto ho avuto la possibilità di incontrare imprese che hanno realizzato il proprio deposito temporaneo a regola d’arte, avendo cura di interpellare anche il proprio RSPP al fine di essere certi che le disposizioni ambientali di sposassero con quelle per la sicurezza.

Questi sono i risultati che ti fanno capire quanto il lavoro fatto sia stato valido ed apprezzato.

Realizzare un deposito temporaneo secondo le disposizioni ambientali non deve essere considerato semplicemente come uno spreco di tempo e denaro ma come una forma di investimento che può rendere l’impresa più efficiente, in grado di ridurre i rischi in materia di sicurezza sul lavoro, evitare sanzioni in caso di controllo, ma soprattutto avere un controllo puntuale dei rifiuti che vengono prodotti sia in termini quantitativi che economici.

Non dimentichiamo che durante i controlli degli organi di vigilanza, l’ispezione del deposito temporaneo è spesso una delle prime attività, unitamente al controllo del registro di carico e scarico.

Come abbiamo avuto modo di spiegare più volte nei precedenti articoli, il registro di carico e scarico deve fornire una “istantanea” di quanto è presente nel deposito temporaneo.

Ora probabilmente appare chiaro come mai insisto spesso nell’effettuare le annotazioni sul registro di carico e scarico secondo i dettami normativi evitando di effettuare il carico e lo scarico dei rifiuti il giorno in cui il trasportatore ha preso in carico i vostri rifiuti.

In caso di controllo, se i rifiuti sono presenti nel vostro deposito temporaneo e non sono annotati sul registro di carico e scarico, la sanzione per violazione della tenuta dei registri è immediata.

Analizziamo ora più da vicino cosa deve possedere un deposito temporaneo per essere considerato tale.

  • Il luogo nel quale il deposito temporaneo deve essere realizzato deve essere chiaramente indicato. Deve apparire chiaro al personale che quell’area, delimitata ed identificata, è adibita al raggruppamento dei rifiuti e che non è permesso al personale non autorizzato entrarci;
  • I rifiuti devono essere raggruppati per categorie omogenee. Ciò vuol dire che innanzitutto i rifiuti pericolosi devono essere distinti da quelli non pericolosi e che i rifiuti aventi codici CER diversi devono essere separati;
  • Non miscelare mai rifiuti tra di loro. Tale divieto vale sia per la miscelazione di rifiuti pericolosi e non pericolosi che per i rifiuti non pericolosi che, se miscelati, potrebbero dare origine a reazioni chimiche;
  • I rifiuti devono essere sempre etichettati. Le etichette devono recare il codice CER del rifiuto e la sua descrizione;
  • I rifiuti pericolosi devono oltre ad essere etichettati secondo quanto riportato al punto precedente, dovranno recare l’etichetta con la R nera su sfondo giallo delle dimensioni stabilite dalla normativa. Inoltre i rifiuti pericolosi dovranno essere identificati dalle corrette caratteristiche di pericolo e se necessario dagli opportuni pittogrammi di sicurezza;
  • I rifiuti, siano essi pericolosi e non pericolosi, dovranno essere imballati secondo le normative vigenti. Per esempio, le batterie al piombo dovranno essere contenute all’interno di apposito imballo in HDPE provvisto di vasca di recupero degli acidi in caso di sversamento;

Queste sono alcune delle indicazioni principali da tenere presenti quando si realizza un deposito temporaneo.

Ci sono dei limiti temporali o volumetrici?

La risposta ce la fornisce il legislatore che ha lasciato al produttore la possibilità di scegliere tra due modalità di gestione del deposito temporaneo. Tale scelta è dettata dalla quantità di rifiuti che vengono prodotti.

Il produttore di rifiuti può optare per l’avvio a recupero/smaltimento dei propri rifiuti con una cadenza trimestrale.

Pertanto i rifiuti non possono “sostare” nel deposito temporaneo per un periodo superiore ai 3 mesi dal momento in cui vengono prodotti ovvero annotati sul registro di carico e scarico rifiuti.

In alternativa, il produttore di rifiuti può decidere di raggruppare i propri rifiuti fino ad un massimo di 30 mc (per intenderci è la volumetria di un cassone scarrabile) di cui solo 10 mc sono riservati ai rifiuti pericolosi. Qualora questo quantitativo non dovesse essere raggiunto ad un anno dalla produzione del rifiuto, i rifiuti dovranno essere comunque avviati a recupero/smaltimento.

La domanda che spesso viene posta è: ma se produco pochi rifiuti posso tenerli in deposito temporaneo fino a quando non diventa conveniente (economicamente) chiamare il trasportatore?

La risposta è chiaramente NO. Abbiamo una indicazione normativa che non fornisce alcuno spazio di interpretazione e come tale deve essere rispettata.

Dove deve essere ubicato?

Grazie alle modifiche normative introdotte di recente, il deposito temporaneo può essere ubicato sull’intera area in cui i rifiuti sono prodotti.

Ciò vuol dire che il deposito temporaneo può non essere unico per l’intera impresa ma ve ne possono essere diversi distribuiti sull’intera area a seconda delle necessità dell’impresa e delle linee di produzione.

Deve essere autorizzato?

Il deposito temporaneo, se gestito secondo le prescrizioni normative non richiede alcuna autorizzazione. Nei casi in cui il produttore dei rifiuti abbia delle necessità di stoccaggio differenti da quelle previste dalla normativa, sarà necessario richiedere una regolare autorizzazione allo stoccaggio dei rifiuti avviando il normale iter autorizzativo.

Se ho un deposito temporaneo sono obbligato alla tenuta del registro di carico e scarico?

Il deposito temporaneo si configura ogni qual volta si producono rifiuti, siano essi pericolosi che non pericolosi.

La tenuta del registro di carico e scarico invece è obbligatoria solo nei seguenti casi:

  1. gli enti e le imprese produttori iniziali di rifiuti speciali pericolosi e gli enti e le imprese produttori iniziali di rifiuti speciali non pericolosi di cui alle lettere c) e d) del comma 3 dell’articolo 184 e di rifiuti speciali non pericolosi da potabilizzazione e altri trattamenti delle acque di cui alla lettera g) del comma 3 dell’articolo 184;
  2. gli altri detentori di rifiuti, quali enti e imprese che raccolgono e trasportano rifiuti o che effettuano operazioni di preparazione per il riutilizzo e di trattamento, recupero e smaltimento, compresi i nuovi produttori e, in caso di trasporto intermodale, i soggetti ai quali sono affidati i rifiuti speciali in attesa della presa in carico degli stessi da parte dell’impresa navale o ferroviaria o dell’impresa che effettua il successivo trasporto ai sensi dell’articolo 188-ter, comma 1, ultimo periodo;
  3. gli intermediari e i commercianti di rifiuti.

Quindi anche la semplice impresa che produce cartucce toner esauste di fatto deve realizzare il proprio deposito temporaneo. Quest’ultimo potrà essere, ad esempio, l’ecobox nel quale le cartucce vengono gettate.

Cosa accade se non rispetto le prescrizioni del deposito temporaneo?

Questa è la domanda più gettonata dalle imprese. Spesso, piuttosto che porsi il problema del perché sia necessario adeguarsi alle normative ambientali ed in materia di sicurezza sul lavoro, si pone l’attenzione su quale sia il rischio al quale ci si espone se non si fa nulla.

Aldilà del fatto che restare fermi in una situazione che è stata dichiarata a rischio non è mai una buona prassi, cogliamo l’occasione per citare la sentenza della corte di cassazione n.17184 del 27 aprile 2016 con la quale si è stabilito che “lo stoccaggio alla rinfusa esclusa ex se la regolarità del deposito e, in ogni caso, il rispetto di tutte le modalità tecniche del deposito costituisce preciso onere di chi lo effettua, in considerazione, della natura eccezionale e derogatoria del deposito temporaneo rispetto alla disciplina ordinaria”

Lasciando al lettore il compito di approfondire la lettura della sentenza scaricando l’apposito pdf, 26ci preme sottolineare che anche la Corte di Cassazione ha ribadito come il deposito temporaneo sia una deroga (quindi una sorta di facilitazione data al produttore dei rifiuti) rispetto alla disciplina ordinaria che richiede sia presenta una autorizzazione allo stoccaggio dei rifiuti.

Proprio in virtù di tale accezione, il produttore dei rifiuti deve essere attento affinché il proprio deposito temporaneo sia rispettoso nei minimi termini della normativa ambientale che abbiamo visto in precedenza.

Il problema non è il tipo di sanzione che può essere comminata all’impresa ( o all’ente essendo anch’egli un produttore di rifiuti speciali), la quale comunque è suscettibile di variazione, nell’importo, a seconda del grado di violazione della normativa, ma è il fatto stesso che sarebbero sufficienti pochi accorgimenti affinché la propria gestione dei rifiuti sia in regola con quanto previsto dalla norma stessa.

Come viene esposto chiaramente nella sentenza della Corte di Cassazione, il semplice stoccaggio alla rinfusa è già di per sé una modalità di gestione del deposito temporaneo erronea e che sotto intende ad una mancata intenzione del produttore di adempiere ai suoi obblighi. Fosse pure l’ignoranza della norma, cosa comunque  non ammessa nel nostro ordinamento, nel caso di specie si evince una mancanza di logicità ed ordine che dovrebbe essere presente nella corretta gestione di un’impresa.

Nel momento in cui smetteremo di pensare ai rifiuti prodotti dalle nostre imprese nella loro accezione negativa di “rifiuti” ed inizieremo a guardarli  come “risorse” che devono essere gestite, apparirà lampante e molto più semplice comprendere come mai anch’essi necessitano della stessa cura che poniamo nella gestione delle materie prime che acquistiamo per la produzione dei nostri beni. Idem dicasi per la tenuta del registro di carico e scarico.

Se pensando un giornale di inventario di magazzino, appare semplice comprendere che questo debba essere sempre aggiornato affinché si abbia una situazione chiara delle merci in ingresso ed in uscita, non si riesce a comprendere come mai per i rifiuti tale filosofia di gestione sia invece bistrattata.

Ambiente & Rifiuti resta a vostra disposizione per ogni chiarimento e per una consulenza direttamente nella vostra impresa.

 

Ambiente&Rifiuti – Consulenza Tecnica per la gestione dei vostri rifiuti

Ing. Vito la Forgia – v.laforgia@ambiente-rifiuti.com

Criteri di assimilazione dei rifiuti…20 anni dopo…forse

Correva l’ormai lontano Febbraio ’97 quando il Decreto Ronchi entrava ufficialmente in vigore in Italia e la dotava di un testo  organico che disciplinava il tema dell’ambiente.

Con il Decreto Ronchi l’Italia vide finalmente un po’ di luce sul tema dei rifiuti e la questione iniziò finalmente a farsi largo nel buio delle coscienze degli italiani.

Era perfetto? No. Sicuramente tanti passi in avanti sono stati fatti nel corso degli anni successivi.

Uno dei problemi più grandi che affliggeva tale decreto, ma in realtà anche di quelli venuti dopo, fu la presenza di numerose prescrizioni che rinviavano a decreti attuativi e simili che non videro mai la luce.

Tra quelli più famosi, che ancora oggi anima il dibattito in materia di rifiuti, è quello contenuto nell’articolo 18 comma 2 lett. d) ossia l’adozione di criteri qualitativi e quantitativi per l’assimilazione ai fini della raccolta e dello smaltimento, dei rifiuti speciali ai rifiuti urbani.

Questo decreto tanto atteso e che avrebbe gettato non poca luce sulle quantità di rifiuti speciali che venivano gestiti tramite i circuiti urbani grazie a nebulosi regolamenti comunali non è stato mai scritto.

Il decreto in questione avrebbe dovuto stabilire quali fossero i criteri in base ai quali i comuni, che dovrebbero gestire solo i rifiuti urbani, possono estendere la propria privativa anche a determinate categorie di rifiuti speciali, non pericolosi, prodotti dalle imprese.

Nel corso degli anni ogni comune, dotato di autonomia, ha redatto regolamenti autonomi  basandosi su due provvedimenti, uno del 1999 ed uno del 1994. Il risultato è quello che vediamo ogni giorno…

Finalmente il Ministero dell’Ambiente ha convocato un tavolo di lavoro con le parti interessate per iniziare a lavorare a questo famoso decreto.

Sarà interessante vedere quale sarà il risultato ma soprattutto quando si potrà vedere questo risultato.

Ambiente&Rifiuti – Consulenza Tecnica per la gestione dei rifiuti

Ing. Vito la Forgia – v.laforgia@ambiente-rifiuti.com